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mercoledì 27 aprile 2011

I sandali del Cairo, Tripoli, Tunisi ...


La situazione nel mondo islamico si evolve con grande rapidità; inutile quindi cercare di stare dietro agli episodi quotidiani e vediamo di guardare le cose ponendole in prospettiva.
Incominciamo affermando che proprio l'evoluzione della situazione (non solo in Libia, ma anche più di recente in Yemen e in Siria) rafforza la nostra convinzione nella correttezza dell'ipotesi di fondo che abbiamo avanzato sin dal primo post su questo tema e che si rifà a posizioni maturate quasi un decennio orsono. Il mondo islamico non è destinato a rimanere per sempre fermo mentre il resto del mondo cambia; può cambiare anche esso e può cambiare in senso "democratico". Di riffe o di raffe, ogni popolo che protesta, insorge o si ribella sembra chiedere la stessa identica cosa: un pelo di libertà in più, un pelo d'oppressione in meno, qualche forma di democrazia rappresentativa che stia in piedi. Il principio di base - che le "libertà borghesi europee" (per usare una terminologia ridicola ma chiara) ed il meccanismo della "democrazia rappresentativa" siano aspirazioni universali e cross-culturali - sembra confermarsi, paese dopo paese, mese dopo mese. Questo l’hanno capito bene i dittatori della regione che, infatti, nelle ultime settimane sono passati a misure molto più dure: 70 morti in un giorno in Siria, spari anche sui funerali, repressione silenziosa ma dura in Algeria, eccetera. L'esempio libico (se colpisci senza pietà forse prendono paura e riesci a tenere in piedi un pezzo di regime) sta avendo i suoi effetti. I tentennamenti euro-USA nell'appoggio alla rivolta libica passano fattura. In ogni caso, l'ammirevole resistenza degli insorti libici ed il coraggio di yemeniti e siriani che manifestano nonostante il regime spari persino sui funerali, mostrano che libertà e democrazia sono, senza dubbio alcuno, "esportabili". La domanda per l'importazione di libertà è forte: il problema è come superare le barriere "storico-culturali" e farlo.
Non vi è alcuna garanzia che il processo avviatosi proceda linearmente, anzi è quasi certo che non procederà linearmente: sarebbe un miracolo se succedesse. Le demenziali discussioni "complottistiche" di alcuni mesi fa hanno lasciato spazio alla constatazione che di vere "rivolte di popolo" si tratta. Organizzazione e pianificazione sono debolissime, non c'è alcuna CIA o potere occulto dietro alle insurrezioni, gli errori e le improvvisazioni dominano la scena. Nonostante usino mitragliatori della seconda guerra mondiale gli insorti libici resistono; questo dovrebbe far riflettere. Ci saranno quindi alti e bassi, ci sarà repressione e qualche paese rischierà di ritrovarsi un nuovo governo peggiore del precedente. È perfettamente possibile che in vari paesi gli insorti si affidino a questa o quella corrente del fondamentalismo islamico, a questa o quella organizzazione religiosa. La transizione europea dal medioevo autocratico alla democrazia liberale contemporanea è avvenuta in un arco di tempo, a farlo il più corto possibile, di duecento anni ed alcuni dei peggiori regimi (Franco, Mussolini, Hitler) si sono visti proprio un attimo prima che il processo imboccasse la dirittura che l'ha portato al suo stato attuale, da molti considerato invidiabile. Non v'è alcuna ragione di pensare, quindi, che i paesi islamici (sottoposti ad oppressione coloniale sino a 50-60 anni fa e rinchiusi da secoli in un impero medievale prima) possano fare miracoli. A molti l'analogia sembrerà sacrilega, ma sarebbe bene rileggersi i libri di storia e comprendere il ruolo che il "fondamentalismo religioso" (francescano, per esempio o, più tardi, gesuita) giocò nell'uscita dell'Europa dal proprio medioevo socio-politico e culturale e nel lento agglutinarsi della "modernità democratico-liberale" che a noi, oggi, pare acquisizione scontata.
Questo aspetto - che stanno saltando tutti i tappi piazzati in Nord Africa e nel Medio Oriente dagli antichi imperi coloniali  e che il "popolo" che ne fuoriesce è un popolo il cui orologio culturale è fermo dai tempi dell'impero ottomano - viene scarsamente considerato nella stampa ed anche dai cosidetti "esperti", ma è rilevante. È rilevante perché non si può escludere non solo che le ribellioni in corso generino regimi politici "spontanei" che potrebbero essere anche più oppressivi dei precedenti ma anche che, in alcune istanze, vengano messi in discussione i confini in essere di un dato paese (questa possibilità è plateale in Libia, ma potrebbe emergere anche nella penisola araba, in Siria e, dovessero cambiare le cose, in Giordania ...).
Ciò che occorre riconoscere, in una prospettiva di lungo periodo, è che la sistemazione che l'Europa e gli USA avevano trovato per il mondo islamico dopo la fine della seconda guerra mondiale ha fatto il suo tempo (ammesso e non concesso che mai fosse stato il suo tempo) e che essa è, con molta probabilità, una delle cause fondamentali sia dell'arretratezza socio-economica islamica che della crescita del cosiddetto fondamentalismo religioso in salsa anti-occidentale. Poiché il flusso imparabile di immigrati che sbarcano in Europa partendo da quei paesi altro non è che il prodotto dell'arretratezza e del fondamentalismo, occorre avere il coraggio di sottolineare che, se l'immigrazione del "moro" infastidisce, non abbiamo da ringraziare che noi stessi, i nostri governi e la nostra politica estera la quale, da Islamabad a Rabat ed oltre verso il Sud, ha imposto prima ed appoggiato poi i regimi che tale arretratezza e tale fondamentalismo hanno causato e coltivato. Gli arrangiamenti post-coloniali sono, in effetti, durati più di quanto sarebbe stato legittimo aspettarsi e non è nemmeno detto che questa ondata d'insurrezione finisca davvero per spazzarli tutti via, anzi. Ciò che essa mostra, però, è quanto instabili e rischiosi siano e quanto poco saggia risulti essere, nel lungo periodo, la politica di pelosa ed interessata amicizia che con essi abbiamo praticato ed ancora, in molti casi, andiamo praticando.
Il problema drammatico è che, al momento, non esiste una organica politica estera che possa essere suggerita quale alternativa a quella sino ad ora seguita. Si tratta insomma di elaborarne una nuova mentre, al contempo, si gestisce alla meno peggio la crisi in corso a mezzo d'improvvisazioni sull'antica. Questa sembra a noi la maniera più adeguata di interpretare il comportamento sia di Obama che di Sarkozy che di Cameron; meno quello di Merkel, totalmente dominata (almeno sembra) da problemi interni. Berlusconi e Frattini (ma anche Bersani e D'Alema) ovviamente a questo livello non esistono; non sarebbe nemmeno il caso di nominarli se non per ricordare che non è per caso non vengano invitati alle teleconferenze in cui si decide. D'altra parte, un paese in cui, da destra a sinistra, le uniche analisi che circolano su Medio Oriente, Nord Africa e Libia in particolare, sono di tipo complottistico-revanscista, non ci sembra un paese su cui valga la pena fare affidamento. Correttamente, il mondo occidentale ignora l'Italia. Facciamolo anche noi, ed andiamo avanti con il ragionamento.

Il quale implica che non solo occorre ri-disegnare l'intera politica dell'occidente verso il mondo islamico, superando la fase post-coloniale secondo cui i goat fuckers altro non intendono che tanto bastone e poca carota, ma che occorre anche porsi (sì, lo sappiamo, storia vecchia) il problema del nostro ultimo residuo post-coloniale: Israele. In un Medio-Oriente che cambia faccia ed in cui i regimi esistenti saltano o si alterano, difficile pensare ad una situazione israelo-palestinese che rimanga ferma dove è da circa 50 anni. Ci sarà presto, osiamo predire, una nuova intifada che potrebbe essere, al contempo, contro Israele e contro i governanti palestinesi, sia a Gaza che nella West Bank. Qualcuno - meglio tardi che mai - se ne è reso conto. Altri, specialmente i protagonisti principali, sembra non l'abbiano inteso. Fra quei protagonisti principali dovrebbe esserci l'Italia (che non ci sarà, non abbiate timore) ma sarà forzata ad esserci l'UE. Vediamo quanto ci mettono Cameron e Sarkozy a disfarsi dell'inutile minus habens che al momento dovrebbe occuparsi di questa ed altre faccende. Certo che, seppur sia triste riconoscerlo, ce n'è anche all'estero che potrebbero fare una grande carriera politica in Italia ...

Riassumendo: the times they are a'changin. Le vecchie certezze post-coloniali non sembrano più essere utili ed una nuova politica di "support to export" libertà e democrazia nel mondo islamico deve essere elaborata in corso d'opera. Ossia finché le insurrezioni e le proteste avvengono. Questo è vero anche se ci sono segni, chiari, di un rafforzamento del fondamentalismo islamico in tutta la regione; anzi proprio per questo. Il mantenimento forzoso delle popolazioni islamiche in condizioni "pre-moderne", a mezzo di regimi post-coloniali di tipo oppressivo, per evitare d'affrontare il "rischio islamico" non solo non regge ma rende l'esplosione religiosa più rischiosa di quanto potrebbe altrimenti essere. In Egitto, per esempio, le due organizzazioni che sono sopravvissute alla fine del regime di Mubarak sono l’esercito e la Fratellanza Musulmana. Una alleanza fra le due sarebbe disastrosa. Nel referendum del 19 marzo l’alternativa era fra un sì a modesti cambiamenti costituzionali ed il no a qualsiasi cambiamento. La cosa più importante era quello che mancava, una riforma del carattere quasi dittatoriale della presidenza. Il sì ha vinto con l’appoggio dell’esercito e della Fratellanza. Ma questo rischio c’era e si sapeva; ci sarà e sarà forte negli anni futuri. Ancora più forte potrebbe essere il rischio d'una presenza religiosa fondamentalista in Yemen, ora che sembra essere saltato l'ennesimo tappo. La risposta vera a questo rischio la può dare solo la storia: noi siamo disposti a scommettere (come di fatto l'Iran prova, non disprova) che la domanda di libertà e democrazia emergerà anche da sotto il fondamentalismo, se ad essa si offre una sponda. Senza aspettare che la storia faccia il suo corso o, forse, per agevolarlo, un intervento politico deciso di parte occidentale, laddove risulti possibile, ci sembra la politica più raccomandabile. Avessimo agito rapidamente in Libia, Gheddafi sarebbe fuori scena da tempo. Stare alla finestra a guardare cosa accade in Siria non ci sembra oggi la politica più saggia e lo stesso vale per Algeria e Tunisia.
Inventarsi una nuova politica estera che ribalti un orientamento epocale mentre i popoli in movimento cambiano i fatti sul terreno è impresa estremamente ardua, lo intendiamo bene. Ma la realtà dei fatti è che quella precedente (chiamiamola "colonialismo by proxies") ha fatto così tanto il suo tempo da diventare dannosa, mentre le pseudo-teorizzazioni neo-suprematiste di un clash of civilization sfarinano la loro inconsistenza davanti a milioni di musulmani che, a costo della propria vita, chiedono libertà, elezioni, democrazia, sviluppo economico.
È tempo di pensare a mente aperta, per chi una mente ce l'ha.



www.noisefromamerika.org

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