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sabato 16 aprile 2011

La guida Nato è agli sgoccioli

Il Times, l’International Herald Tribune, Le Figaro e al-Hayat, quotidiano arabo stampato a Londra, New York, Beirut e nelle tre principali metropoli dell’Arabia Saudita, Jeddah, Riyadh e Dammam, pubblicano una lettera di Barack Obama, Nicolas Sarkozy e David Cameron. I leader americano, francese e britannico affermano due cose: Gheddafi se ne deve andare, altrimenti non ci sarà alcuna via d'uscita diplomatica; e «la Nato e gli alleati della coalizione» continueranno le operazioni militari. Solo dopo che Gheddafi avrà lasciato il potere potrà cominciare la transizione ad un processo costituzionale aperto a una nuova generazione di dirigenti. «Perché questa transizione abbia esito positivo, Gheddafi deve andarsene, definitivamente. Allora, starà all'Onu e agli stati membri aiutare il popolo della Libia a ricostruire ciò che è stato distrutto da Gheddafi, a ricostruire case e ospedali, a ristabilire servizi di base nello stesso tempo in cui i libici costruiranno le istituzioni per fondare una società aperta e prospera». Parole già sentite? Non proprio. Non è affatto usuale che i tre maggiori leader occidentali decidano di rivolgersi al mondo con le stesse parole, quelle parole spesso sovrastate dai giochi e dalle rivalità della diplomazia. Ma soprattutto lo «statement» sovrasta l'infinita serie di incontri, gruppi di contatto, riunioni bilaterali, trilaterali, mediazioni e organismi vari nei quali la Nato si è impantanata. Anzi: l'iniziativa di Obama, Sarkozy e Cameron segna la fine, o l'inizio della fine, della guida Nato, il probabile ritorno alla coalizione dei «willings». Almeno a livello politico. Potrà non piacere (per esempio all'Italia), ma si tratta di una svolta dettata, oltre che dalla ragione, da due precise necessità. La prima: le guerre, come abbiamo ripetuto più volte, se si fanno vanno vinte. È probabile che alla Casa Bianca, all'Eliseo e a Downing Street sia maturata la convinzione che invece qualcuno giochi, se non a perdere, almeno al ribasso. Seconda necessità: l'Occidente, nei vari format fin qui noti, da quello militare della Nato a quello economico-politico del G7, per non parlare dell'Unione europea, è in paurosa ritirata su tutti gli scacchieri strategici. Della Nato in Libia abbiamo detto: uno stop and go infinito, con i belligeranti che si smentiscono tra loro, Gheddafi in macchina per Tripoli, mentre secondo l'intelligence 15 mila profughi libici si preparerebbero ad aggiungersi ai 22 mila tunisini già sbarcati sulle nostre coste. Sull'Europa c'è poco da aggiungere, quanto all'inettitudine mostrata al proprio interno e nella proiezione internazionale. Il G7 era presidio e direttorio dell'Occidente; poi (come non manca di ricordare Giulio Tremonti) è stato travolto dal mondo cambiato, dove il dollaro non detta più legge; sostituito dal G 8 e dal G 20 che giusto ieri si è riunito a Washington. Organismo a sua volta messo in discussione dall'autonomo attivismo dei Brics: Cina, India, Russia, Brasile, Sud Africa. I Brics detengono già il 20 per cento della ricchezza mondiale, rispetto al 50 del G7. Hanno tre miliardi ai abitanti, metà della popolazione del globo. Crescite economiche spesso a due cifre come altri paesi che ambiscono a rappresentare, dalla Turchia alla Corea. E nei tre anni di recessione dell'asse atlantico hanno contribuito per oltre il 60 per cento alla crescita economica del pianeta. Sono tutti e cinque anche nel G 20 (la Russia pure nel G 8): ma i loro capi di stato e di governo si sono riuniti tre giorni fa, proprio alla vigilia del summit di Washington, a Hainan, un'isola cinese che aspira a diventare un resort turistico di lusso, e nel frattempo è già la base principale dei sottomarini di Pechino. Da lì hanno decretato il tramonto del dollaro come valuta globale, e poi inviato in America i rispettivi ministri. Nessuna di queste potenze è favorevole alla guerra di Libia. Tutte, e soprattutto Cina e Russia, hanno già i mezzi e la visione per sostituirsi all'Occidente nello scacchiere che va dal Nord Africa al Medio Oriente. Ecco che cosa è davvero in ballo: la sopravvivenza strategica di un'alleanza di cui da 60 anni fa parte anche l'Italia, trovandocisi notevolmente bene. Altro che Nato.




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