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domenica 3 luglio 2011

Tunisia: la rivoluzione non è finita

Era il 14 gennaio del 2011 quando il presidente della Tunisia, Zine El Abidine Ben Ali, riuscì a fuggire dal paese, dopo 23 anni di regime dittatoriale. Le rivolte popolari lo costrinsero a cercare rifugio in Arabia Saudita, dove attualmente vive.

La sua assenza, però, non ha ostacolato il corso della giustizia penale tunisina. Il 20 giugno scorso si è celebrato il primo processo dinanzi al Tribunale penale di Tunisi che vede come imputati Ben Ali e sua moglie, Leila Trabelsi. I capi di imputazione: appropriazione indebita di fondi pubblici, furto e trasferimento illegale di valuta estera.

L’accusa si riferisce al cosiddetto “affare del palazzo di Sidi Bou Said”. In questo palazzo, di proprietà dei coniugi Ben Ali, situato nella periferia nord di Tunisi, è stata ritrovata dopo la loro fuga una cassaforte contenente enormi quantità di denaro e gioielli. Le immagini del “tesoro” presidenziale, trasmesse dal primo canale della televisione tunisina, hanno indotto diversi commentatori a definire il palazzo: “la grotta di Aladino”.

La sentenza di condanna è giunta nel pomeriggio del 20 giungo 2011. L’ex presidente Ben Ali e sua moglie sono stati condannati con la pena di 35 anni di detenzione (ciascuno), nonché con la multa di 41 milioni di dinari (circa 20,5 milioni di Euro), oltre al risarcimento di 50 milioni di dinari (circa 25 milioni di Euro) in favore delle parti civili.

Ben Ali e sua moglie sono però imputati anche in un altro processo per detenzione illegale di stupefacenti, armi da fuoco e vari oggetti archeologici. Questo processo, meglio noto ai media locali come “l’affare del palazzo di Carthage”, nasce a seguito del rinvenimento in un altro palazzo, di diverse armi, sostanze stupefacenti e oggetti archeologici illegalmente detenuti. L’udienza per questo secondo processo era stata inizialmente rinviata al 30 giugno scorso, ma è stata ulteriormente rinviata al 4 luglio prossimo, cioè domani, a causa dello sciopero dei magistrati.

Lo svolgimento veloce dei processi penali contro il dittatore non sembra però fermare le lotte dei movimenti tunisini, che continuano ad organizzare una forte opposizione sociale contro l’attuale governo in carica. Il “Fronte del 14 gennaio”, nato il 20 gennaio scorso e che include diversi movimenti e partiti politici (Lega del Lavoro di Sinistra; Movimento degli Unionisti Nasseriani; Movimento dei Nazionalisti Democratici – Al-Watada; Corrente Baathista; Sinistra Indipendente; Partito Comunista dei Lavoratori della Tunisia – PCOT; Partito Laburista Patriottico Democratico e altri), ha stilato di recente un comunicato, col quale dichiara di voler continuare ad organizzare la resistenza al governo di transizione Ghannouchi – il quale, secondo il “Fronte del 14 gennaio”, ha coinvolto nel governo i capi del partito di Ben Ali – e di voler costruire un’alternativa popolare fatta di “comitati di vigilanza”, istituiti in diversi distretti della Tunisia.

Non è facile per il lettore occidentale comprendere fino in fondo il senso di una rivolta e di una mobilitazione sociale, come quella tunisina, che ha tutta l’aria di puntare in alto e di non accontentarsi delle false promesse dei governi locali e occidentali. Infatti, alcuni mesi fa, quando scoppiò la rivolta, sembravano tutti (giornalisti, politici, analisti) sorprendersi e interrogarsi: “ma da dove viene fuori questa rivolta?“. La verità è che non poteva andare diversamente, perché per anni le popolazioni arabe erano state rappresentate come quella indistinta folla di ciechi, incivili, oscurantisti, puritani, retrogadi e nullafacenti. Quali media, infatti, ci hanno mai parlato della reale vita quotidiana delle popolazioni arabe, che si guadagnano la vita lavorando? Quali media, ad esempio, ci hanno mai raccontato delle condizioni dei lavoratori e delle lavoratrici tunisine nelle “zone speciali” dell’industria elettronica, che assemblano i pezzi per i computer e gli elettrodomestici delle multinazionali, a Biserta, Zarzis, Sfax e Gabès? Quali media ci hanno raccontato in questi anni dei loro sforzi di organizzarsi, dei loro scioperi e delle loro proteste? Nessuno, direi.

Se lo avessero fatto, probabilmente ora non saremmo così sorpresi da ciò che lì accade e, di sicuro, non avremmo subito creduto a chi ci diceva che gli “islamici”, invece di lavorare, “stanno con il sedere all’aria, a pregare cinque volte al giorno” (parola di O. Fallaci).



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