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domenica 11 novembre 2012

Speciale Nawaat: Tunisia "un anno di legittimità"/ Il punto sull'economia


Il collettivo di blogger Nawaat ha stilato il bilancio di "un anno di legittimità" del governo tunisino uscito dalle elezioni dell'ottobre 2011. Un anno in cui "la nuova classe dirigente è sembrata più a suo agio negli studi televisivi che di fronte alle riforme promesse alla popolazione". Il blogger Mohamed Ben Mustapha fa il punto sull'economia. 

“Lavoro! Libertà! Dignità!”

Ci ricordiamo tutti che la rivoluzione è cominciata a causa dei problemi socio-economici del nostro piccolo paese, dove l'economia presentava un tasso di crescita del 3,5% in piena crisi finanziaria e mondiale, basato su un turismo di bassa fascia, con un’industria leggera e un buon livello di consumo interno, ma che soffriva di squilibri regionali con più del 25%, della disoccupazione al sud e nella zona centro occidentale, della perdita del potere di acquisto della classe media, della corruzione nell’ambito degli affari, di un’inadeguatezza del mercato del lavoro rispetto alle migliaia di laureati che intasavano bar e caffè per mancanza di impiego.


L’EREDITÀ DELLA RIVOLUZIONE

Il 2011 è stato difficile per i governi di transizione che si sono succeduti (Mohamed Ghannouchi, Beji Caid Essebsi, ndt), con una legittimità politica quasi nulla, la guerra in Libia, i disordini sul piano della sicurezza e  le pressanti rivendicazioni sociali. 
Ci si aspettava il peggio vista la recessione al 7,8% e un tasso di disoccupazione del 19% (cifra ufficiale sotto Ben Ali, ma non realistica, ndt) che saliva  al 42% se rapportato ai giovani al primo trimestre 2011, ma la politica di rilancio dello Stato (sovvenzioni per i prodotti di base, indennità di disoccupazione, aumento salariale nel settore pubblico...) ha permesso di limitare la recessione all’1,8% e l’inflazione al 4,1%.
Gli effetti di queste misure, oltre ad aggravare il deficit (3,7% nel 2011contro l’1,5% nel 2010), sono risultate provvisorie quanto il governo che le aveva messe in atto, che era in ogni caso riuscito a limitare i danni e a gestire la questione sicurezza per il tempo necessario a passare le consegne a un nuovo governo eletto.
Intanto la competizione elettorale era lanciata e ogni partito prometteva meraviglie.
Il partito di Ennhada ad esempio proponeva:
- un tasso di crescita del PIL del 7% per gli anni 2012-2016;
- la creazione di  590 000 posti di lavoro;
- un’inflazione del 3% per il 2016.

LEGGI FINANZIARIE, SI RIPROPONGONO LE STESSE FORMULE PER AVERE GLI STESSI RISULTATI?

Dopo le elezioni il primo test economico della Troika era la legge finanziaria, e il fatto di proporre una prima versione preparata dal governo Essebsi metteva in luce l’incompetenza, o per lo meno, la scarsa preparazione dei nuovi dirigenti a gestire gli affari del paese quando tutti gli indicatori stavano puntando al rosso.
La legge finanziaria complementare adottata a marzo ha previsto un'aumento del 21,6% delle spese dello Stato e un raddoppiamento del deficit budgetario rispetto al 2011.
Le misure principali sono state la creazione di 25 mila posti di lavoro nel settore pubblico, vantaggi fiscali per gli investimenti nelle zone svavorite, misure di incentivo alla regolarizzazione fiscale, aumenti delle tasse (carburante, telecom, tabacchi, alcol...).
I provvedimenti si sono basati su previsioni a dir poco ottimiste (un tasso di crescita del 3,5% e un tasso di cambio dinaro/dollaro di 1,5). In più quello che emerge da questa legge è l'assenza di un rinnovamento post rivoluzionario.
Il quadro di insieme somiglia molto a quanto ci aveva abituato il vecchio regime.
Si tratta, in altre parole, di misure senza coerenza nè obbiettivi chiari. D'altra parte i commenti dei diversi esperti e dell'opposizione sono molto duri.
Si nota soprattutto l'assenza di una strategia che tenda a riformare il paesaggio economico a lungo termine per rispondere ai veri problemi della Tunisia, tenendo conto delle risorse limitate di cui dispone.
Ciò è dovuto forse al carattere provvisorio del governo Jebali, che pensa già alle prossime scadenze elettorali.

CLIMA ECONOMICO E SOCIALE

Se si deve essere critici sul governo è proprio sul punto dell'instabilità e dell'eccessiva negligenza in materia di sicurezza: ricordiamo ad esempio il blocco dei corsi a Mannouba per più di un mese, il coprifuoco a giugno dopo il fenomeno Al-Abdelia, l'attacco all'ambasciata americana e ai vari festival culturali..
In sintesi i salafiti che predicano la violenza fanno paura tanto ai cittadini medi che agli investitori nazionali e internazionali, e le forze dell'ordine sono sembrate impotenti davanti a questo fenomeno. Si tratta di mancanza di capacità o mancanza di volontà politica?
Si tenderebbe più verso la seconda ipotesi, se ci si ricorda dei discorsi del leader islamisti e soprattutto del famoso video di Ghannouchi.
Le regioni più povere che non vedono la fine del tunnel e per le quali la situazione si è aggravata a causa del ristagno della disoccupazione, dell'inflazione galoppante, delle inondazioni dell'inverno e dei tagli alla fornitura idrica durante l'estate, parlano di una necessaria rivolta contro la Troika e diventano difficili da governare.
I disordini nelle miniere di fosfati hanno fatto si che il Groupe Chimique, prima impresa del paese in termini di capitale, abbia assisitito a una diminuzione della produzione del 50%. Su questo fronte, in ogni caso, la situazione sta migliorando progressivamente grazie a un aumento dei prezzi a livello mondiale.
Il contrabbando (con l'Algeria, ndt) è diventato un fenomeno di grande ampiezza e nuoce particolarmente al settore farmaceutico, a quello degli idrocarburi e dell'industria metallurgica (-50 % di produzione rispetto al 2010).
Questo fenomeno, non quantificato ufficialmente, partecipa all'aumento dei prezzi e del deficit in quanto le materie esportate sono sovvenzionate e i profitti generati non sono tassati.
Anche la crisi in Europa, nostro primo partner commerciale, costituisce un freno alle industrie esportatrici, agli investimenti diretti esteri e al turismo.
L’aumento dei prezzi dei cereali a livello mondiale (30% mais e 75% per la soja) ha colpito in pieno tutta la filiera casearia - poiché il prodotto rappresenta il 40% circa dei costi per gli allevatori - e lo Stato ha consentito alla fine un aumento dei prezzi.
L’inflazione si è attestata al 5,6% a settembre con un tasso del 7,5% per l’alimentazione del 18,2% per il tabacco e del 7,8% per l’insegnamento e la ristorazione, che logora il potere di acquisto dei cittadini.
Sebbene il tasso di disoccupazione resti elevato, gli industriali annunciano che c’è un’insufficienza di manodopera stimata a 120 mila posti, specialmente nel settore tessile e della costruzione. Ciò dimostra l’inadeguatezza nella relazione tra domanda e offerta sul mercato del lavoro.
Nonostante queste amare costatazioni, la Banca Mondiale conta su una crescita del 2,4% per il 2012 trascinata da una buona stagione turistica e agricola, il consumo interno potenziato dai consumatori libici presenti in Tunisia e dalla politica di rilancio dello Stato.

ESTROMISSIONE DI M.K. NABLI, DIMISSIONI DI H.DIMESSI

Il 27 giugno il presidente Marzouki decide di silurare M.K. Nabli, governatore della Banca Centrale nominato dal governo Gannouchi, e la cui competenza è riconosciuta a livello mondiale.
La decisione è stata il frutto di una contrattazione politica seguita all’affaire Bagdhadi e i nostri partner stranieri non hanno nascosto la loro preoccupazione per l’indipendenza della Banca Centrale e per il rischio dell’aumento eccessivo della produzione di moneta.
Chedli Ayari è stato nominato nuovo governatore.
Un mese dopo, il ministro delle Finanze Houcine Dimessi - uno dei pochi membri indipendenti del governo - ha presentato le sue dimissioni motivandole con il comportamento arbitrario dell'esecutivo, il conseguente pericolo a cui erano esposte le finanze dello Stato e il suo disaccordo rispetto all’affaire Nabli.

DECLASSAMENTO DA PARTE DELLE AGENZIE INTERNAZIONALI

La logica conseguenza di questo anno appena trascorso è stato il declassamento di due punti per la Tunisia da parte dell’agenzia Standard & Poor’s a maggio, che l’ha relegata nella categoria dei debitori a rischio insolvenza.
L’agenzia ha continuato nel suo accanimento, in quanto il 24 settembre ha relegato il sistema bancario tunisino alla categoria “molto a rischio” (8/10 secondo BIRCA) portandola a livelli di paesi come Nigeria e Kazakhstan.
La Tunisia è sparita dalle classifiche Davos sulla competititvità, quando invece nel 2011 si era attestata alla 40esima posizione su 142 paesi. Ufficialmente per un cambiamento strutturale dei dati, in realtà gli esperti sono preoccupati per l’evidente abbassamento della nostra classificazione da parte degli indicatori internazionali per i prossimi anni.

BANCAROTTA?

S&P e il Fondo Monetario Internazionale, con un rapporto da brividi, si dicono seriamente preoccupati per il settore bancario tunisino, soprattutto per il fatto che lo Stato non ha abbastanza margine in termini di budget per venire in soccorso delle banche danneggiate dai crediti scoperti,  oltre il 19% del totale.
La situazione economica e i crediti contratti dall’ "ex-famiglia regnante", che sono valutati a 7 miliardi di dinari solo per le banche pubbliche, rende quasi tutti gli istituti di credito dipendenti dalla liquidità contratta presso la Banca Centrale.
Questa situazione rende quasi inevitabile una contrazione dei crediti concessi e dunque una riduzione dell’attività, soprattutto tenendo conto che il deficit commerciale ha raggiunto picchi importanti dovuti all’aumento delle importazioni (14,6% contro il 3% per le esportazioni) e al saldo negativo della bilancia commerciale (il tasso di copertura delle esportazioni rispetto alle importazioni è passato dal 78,4% al 71% nel 2011).
Questo spiega la caduta delle riserve di cambio a 95 giorni in aprile 2012 (copertura in valuta straniera delle importazioni, ndt). La concessione dei prestiti internazionali a novembre darà una boccata d'ossigeno e riporterà la soglia di sicurezza a 120 giorni, ma allo stesso tempo costituirà un nuovo fardello per il deficit.
La cosa inquietante è il pericolo di entrare in un circolo vizioso, diminuzione del credito, degli investimenti, dei consumi e dell’attività, aumento della disoccupazione, abbassamento del PIL.


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