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giovedì 20 giugno 2013

Iran, Rohani moderato? No, pragmatico


Il neopresidente iraniano Rohani

(© Getty Images) Il neopresidente iraniano RohaniMahmoud Ahmadinejad è in dissolvenza. A partire da agosto al suo posto è destinato a sedereHasan Rohani, che le cancellerie di mezzo mondo stanno radiografando con meticolosità uguale ai rispettivi interessi.














IL presidente non è un riformista. Ma sa che economia e rapporti internazionali sono la priorità.


Rohani è stato accolto con cauta positività in Occidente, con una buona dose di scetticismo nel mondo arabo, con aperture di credito nell’area dei non allineati ritrovatisi a Teheran nel 2012. E, naturalmente, con sospetto da Israele.
ALLEATO DI ASSAD. I pesanti dissidi sul rischioso garbuglio della crisi siriana hanno reso Rohani - che ha subito  voluto riconfermare la tetragona alleanza con il presidente siriano Bashar al Assad - una sorta di enigmatico convitato di pietra nei colloqui svoltisi al margine del G8.
Questo religioso, organico alla teocrazia dell'Ayatollah Khamenei non è un riformista. Moderato? Piuttosto un pragmatico utilitarista, capace di scalare posizioni su posizioni. Fino al vertice.
LA BENEDIZIONE DEL POTERE. Fa riflettere il suo successo in una corsa elettorale ridotta a 8 candidati dagli oltre 600 iniziali e più ancora il distacco inflitto ai suoi principali concorrenti (almeno così li hanno dipinti i media occidentali), segno evidente della sua capacità di aggregare consenso anche fra le istanze più riformistiche del Paese: quelle corse in piazza a festeggiare, ma forse destinate ad attendere a lungo le risposte desiderate.
IL FALLIMENTO DI AHMADINEJAD. C’è chi vi ha visto il risultato di una straordinaria strategia elettorale inaugurata con la previa benedizione della cupola religiosa e quindi degli altri poteri forti, esasperati dalla presidenza di Ahmadinejad, tanto rovinosa per la sua improvvida gestione economica (pesantemente aggravata dalle sanzioni internazionali), quanto destabilizzante sotto il profilo politico-istituzionale-religioso del Paese.

Alla prova su crescita interna e dossier nucleare

Nella sua prima e scarna conferenza stampa Rohani ha rilasciato dichiarazioni che suonano conferma della sua prudenza  conservatrice e della probabile linea di marcia della nuova era.
LE RISPOSTE ALLA CRISI. Si tratta di una linea scevra da linguaggi estremistici, ma ben salda nelle posizioni di fondo. A cominciare dalla prima delle sue priorità, la grave crisi sociale ed economica iraniana: la disoccupazione è al 14%, l’inflazione tra il 30% e il 40% e la riduzione delle entrate legate al petrolio, a causa dell’embargo,  è stata fortissima.
Su questo fronte il presidente dovrà misurarsi da subito e con il massimo di energia ben sapendo che potrà avere successo se le sue misure di politica interna si accoppieranno proficuamente con una strategia capace di sciogliere il nodo soffocante delle sanzioni internazionali.
IL NEGOZIATO SULL’ATOMO. Qui si colloca la congiunzione tra politica interna ed estera. E anche il terreno sul quale misurare i margini di manovra nel negoziato nucleare, che inquieta i principali attori regionali: da Israele, che proclama di essere pronta a un attacco preventivo, all’Arabia Saudita, che invoca un Medio Oriente denuclearizzato e non può accettare che il suo vero antagonista regionale diventi potenza nucleare.
 Da qui si dovrà partire. E se è vero che sulle questioni internazionali il suo potere è molto limitato, è anche vero che Rohani ha già messo le mani avanti e, d’intesa con Khamenei, ha offerto una prospettiva. Ha dichiarato infatti a chiare lettere la sua intenzione di inaugurare una svolta all’insegna di una interazione costruttiva col mondo attraverso la moderazione.
MUTUO RISPETTO CON GLI USA. Si è anche augurato che si possa giungere a sanare le ferite aperte nei rapporti con gli Stati Uniti. In questa visione, corredata del principio del mutuo rispetto e del rigetto delle posizioni estremiste del passato, ha stigmatizzato le sanzioni in quanto illegali e causa di sofferenze per il popolo e vi ha in qualche modo contrapposto la assoluta legittimità del programma nucleare a «soli scopi civili» che il Paese sta perseguendo, cui non intende rinunciare.
Però ha aperto a  una «ancor maggiore» trasparenza e dunque, in linea di principio, a controlli meno condizionati.

La frattura tra Iran, Arabia Saudita e Turchia

Trasparenza contro revisione delle sanzioni? Questo sembra poter essere, almeno una parte del complesso do ut des del negoziato sul nucleare.
IL PRECEDENTE FALLITO. Resta da comprendere se così sarà effettivamente e a chi competerà il primo passo vista l’esperienza fatta dallo stesso Rohani quando, quale negoziatore del nucleare fino al 2005, propose di congelare l'arricchimento contro incentivi economici delle potenze del club nucleare.  L’operazione non riuscì e se ne avvantaggiò Ahmadinejad nella sua campagna elettorale.
Conforta che Obama abbia lasciato la porta aperta alla verifica di significativi passi che dimostrino la volontà di Teheran di non dotarsi dell’arma nucleare. Ne vedremo i seguiti anche in relazione alla dichiarata volontà di Rohani di sanare le ferite con Washington.
LA SPACCATURA ETNICO-RELIGIOSA. Vedremo anche come Obama concilierà l'abbraccio fraterno indirizzato a Riad e il silenzio verso Ankara con le ambizioni geo-strategiche iraniane che Rohani non è certo disposto ad attenuare.  Non solo perché non ne avrebbe comunque l'autorità , bensì perché da religioso ortodosso qual è non può che volerle affermate nella chiave totalizzante politico-religiosa che sta disegnando, assieme a quella etnica, la principale la linea di faglia su cui si giocano i futuri equilibri mediorientalI.
Mosca vi  specula. L'Occidente dovrà attrezzarsi bene e in fretta.



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