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mercoledì 3 luglio 2013

Golpe in Egitto, Morsi ai domiciliari Carri armati dell’esercito nelle strade

Migliaia di persone in piazza chiedono dimissioni di Morsi




Scaduto l’ultimatum militare,
il presidente non lascia: divieto
di espatrio. La replica: «Trovi
un accordo con l’opposizione
oppure dia subito le dimissioni»
L’Egitto precipita nel caos dopo che oggi è scaduto l’ultimatum dell’esercito al presidente. Mentre gli elicotteri militari sorvolano piazza Tahrir, la tv indipendente el Hayat ha diffuso la notizia - che, al momento, non trova ancora conferme ufficiali - secondo cui il presidente Mohamed Morsi è stato posto agli arresti domiciliari dai militari nella sede della guardia repubblicana al Cairo. Le forze di sicurezza egiziane hanno imposto il divieto di espatrio al numero uno dei Fratelli Musulmani. il suo consigliere della sicurezza nazionale ha detto che il golpe militare è iniziato e che si attende che l’esercito e la polizia ricorreranno alla violenza per deporre Morsi. Anche la polizia ha fatto sapere di essere accanto all’esercito, di sostenere la legittimità del popolo, e che proteggerà i manifestanti pacifici e non permetterà nessun sopruso.  

La resistenza disperata  
Tutto meno che la resa, e nessuna sostanziale concessione alle forze di opposizione, accusate anzi di ostruzionismo: questo in sintesi il tenore del comunicato con cui il presidente Mohamed Morsi ha cercato di giocare d’anticipo sul filo di lana rispetto alla scadenza dell’ultimatum di 48 ore, impartito l’altroieri agli ambienti politici egiziani alle Forze Armate. «La Presidenza della Repubblica», si legge nella nota, pubblicata sul proprio account FaceBook, «concepisce un governo unitario di coalizione», ma «temporaneo» e «fondato sulla partecipazione nazionale», il quale «sovrintenda alle prossime elezioni parlamentari e vigili sulla fase che si prepara». Poco dopo voci non verificate hanno iniziato a parlare di arresti domiciliari per Morsi. 

Piazze piene  
Al Cairo la situazione sembra poter precipitare da un momento all’altro. Carri armati sono stati schierati fuori dalla sede della tv statale egiziana. Il personale che non sta lavorando alle dirette è stato evacuato. Le piazze della rivolta sono stracolme. La presidenza egiziana ha postato sulla sua pagina facebook un comunicato nel quale ribadisce che «violare la legittimità costituzionale minaccia la pratica della democrazia». Morsi appare sempre più isolato. Le defezioni si susseguono con il passare delle ore. L’ultimo a lasciare è stato il governatore di Giza, che fa parte della grande Cairo: ha presentato le dimissioni in seguito ai sanguinosi incidenti avvenuti davanti all’università del Cairo, che hanno provocato 18 morti secondo l’ultimo bilancio. 
“Meglio morire”  
Per Mohamed Morsi «è meglio morire» piuttosto che «essere condannato dalla storia e dalle generazioni future»: lo ha ribadito Ayman Ali, portavoce del controverso leader islamista del quale le forze di opposizione reclamano le dimissioni. Anche gli altri attori in campo usano la retorica. Il Consiglio Supremo delle Forze Armate ha scritto su Facebook che «l’esercito giura su Dio che sacrificherà anche il proprio sangue per difendere l’Egitto e il popolo dai terroristi e dagli idioti». Insomma: se i Fratelli Musulmani sono pronti a morire per il paese insomma, i soldati non sono da meno. Nel clima di attesa e di confusione la Jamaa Islamiya, movimento integralista che sostiene Morsi, prima ha affermato, tramite uno dei suoi esponenti più noti Tarek el Zumar, di essere favorevole ad un referendum su elezioni anticipate, per smentire poco dopo in un comunicato dell’organizzazione.  

Il bilancio degli scontri  
Mentre il paese tira le somme degli scontri della notte scorsa quando dopo il discorso televisivo del presidente Morsi centinaia di suoi sostenitori sono scesi in strada per “difendere con il sangue” (come aveva appena detto Morsi) la legittimità del voto, si avvicina la scadenza dell’ultimatum militare, fissata per le 16,30 di oggi. Il bilancio è di almeno 16 morti e 200 feriti e questa volta non nel remoto sud del paese ma nella capitale, davanti all’università del Cairo, dove fino a stamattina presto si sono affrontati islamisti e forze di polizia. Il movimento Tamarod (quello che ha raccolto 22 milioni di firme contro Morsi accendendo di fatto la seconda rivoluzione egiziana) ha messo su internet una sorta di clessidra, il MorsiTimer (http://morsitimer.com/), che sostituisce simbolicamente il MorsiMeter con cui nei mesi scorsi erano state valutate le promesse disattese del presidente (solo 10 dei 64 obiettivi promessi per i primi 100 giorni di mandato sono stati rispettati). In questo momento mancano poco meno di 7 ore al big bang.  

I Fratelli Musulmani al capolinea  
I Fratelli Musulmani fanno quadrato ma sono in difficoltà serissima. Pochi minuti dopo le parole di Morsi il suo gabinetto ha postato su Twitter una sconfessione scrivendo che se ne discostava e prendeva le parti del popolo. L’ennesima defezione dal presidente dopo l’abbandono di 13 tra segretari, portavoce e ministri, in fuga dalla nave che affonda. La piazza dal canto suo, festeggia a oltranza. Comunque finisca - anche se la violenza dovesse dilagare - la percezione è che gli odiati Fratelli Musulmani sono finiti. Tra gli attivisti circola la notizia secondo cui ieri il potente businesman Kheirat al Shater avrebbe confessato ai suoi il timore che se venissero estromessi oggi dal potere i Fratelli non lo riotterrebbero più per almeno mezzo secolo. In realtà parecchi nell’opposizione afferrano bene la contraddizione del trincerarsi dietro l’esercito che, per quanto lo neghi, procede, come nel caso di Mubarak, a colpi di golpe. Un inizio non promettente per chi sogna da liberal e accetta metodi non esattamente democratici. Ma, per ora, domani è un altro giorno.  

La Stampa

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